Spirito Trail (5 articulo/s)

Enero 2011 - The Last Desert, Antartide

Una carrera épica en la Antártida, entre manadas de pinguino, focas y con temperaturas muy por debajo de cero (Italiano)

THE LAST DESERT Ushuaia (ARG) novembre 2010 250 km (obiettivo max da raggiungere) Novembre, Antartide. Sono in partenza per Ushuaia, Terra del Fuoco. Da lì Racing The Planet ci imbarcherà con destinazione Antartide. Dopo aver vinto con la stessa organizzazione la Sahara Race 2009, mi ritrovo ora citato tra i favoriti della gara nel comunicato stampa della corsa. Le incognite qua sono tantissime, a iniziare dall’attraversamento del Drake Passage. Arrivare in Antartide è impressionate. La prima cosa che ti viene in mente è che nessun uomo potrà mai abitare lì e che nessun uomo c’è realmente mai vissuto. Sei ospite della natura. E si sa: gli ospiti dopo pochi giorni non sono più così ben accetti. La prima tappa è a King George Island, un circuito di 14 km. Ryan Sandes, vincitore di tutte le prove dei quattro deserti alle quali ha partecipato, è subito imprendibile. Io mi difendo ma non ho delle buone sensazioni. La traversata mi ha fiaccato le gambe. Per di più correre nel ghiaccio che si scioglie, nel fango profondo, nella neve fresca, quando non si tratta di attraversare torrenti, non mi esalta. I piedi sempre ghiacciati e bagnati, con temperature perennemente sotto zero. Brutta roba! Comunque dopo la prima tappa sono secondo. La seconda tappa viene annullata per le condizioni meteo avverse. In Antartide il clima cambia in un attimo e ti puoi trovare, nel giro di cinque minuti, a passare da temperature accettabili a vere e proprie tempeste di neve e freddo intenso.La terza tappa, a Deception Island, è in un ambienteveramente incredibile: si corre all’interno del cratere di un vulcano spento! L’acqua del mare riscaldata dalle rocce vulcaniche è fumante. Un microclima incredibile. Partiamo alle sei del mattino per una tappa interminabile di tredici ore. Siamo dentro una tempesta di neve, vento e freddo. Alle undici del mattino il cielo si apre e inizia a fare quasi caldo, ma dopo un’ora riprende la tempesta. La temperatura si abbassa improvvisamente e ci ritroviamo a meno dieci, con un vento di 30 nodi. Inizia una vera e propria sofferenza fisica e mentale. La sera torniamo sulla nave appoggio, tutti, nessuno escluso, coscienti di aver compiuto un’impresa. Io ho deciso di consolidare il mio secondo posto e ci sono riuscito alla grande. Terzo l’amico Emanuele Gallo. Italiani sugli scudi. La quarta tappa è l’ultima sofferenza che questa corsa al limite dell’immaginabile ci riserva. Partiamo dopo una fitta nevicata, la neve è profonda mezzo metro ed è impossibile correre. Arranchiamo in fila indiana. Alla fine di un’altra giornata interminabile mantengo la mia seconda piazza. È terzo il bravissimo Emanuele Gallo, che ha morso le caviglie del provato Sandes per tutta la tappa. Gli altri italiani che hanno completato la serie dei quattro deserti hanno concluso la prova rispettivamente: 11° Marco Vola, 12° Raffaele Brattoli, 35a Maria Luisa Malvestiti. La bianca sfida è stata vinta! Un'altra gara, un altro deserto. Preparo i bagagli: zaino, camel bag, pasta disidratata, barrette, gel, scarpe, infradito, costume... No no! Ho detto deserto, ma questa volta non vado al caldo, ma nel deserto di ghiaccio: l'Antartide. Il viaggio aereo dura 48 ore, da Malpensa scalo a Roma, poi Buenos Aires e in seguito ad Ushuaia, la terra del fuoco. Qui incontro la prima novità, una traversata su una nave rompighiaccio che per 11 giorni sarà la mia casa. Sono le 16.00 del 17/11/10 e affronto la prima salita: quella del pontile della Atlantic Dream, una nave commissionata dalla marina cilena per rifornire le loro basi in Antartica. Apparentemente sembra tutto bello e confortevole, ma quando inizia la navigazione incontriamo mare grosso, con onde che sembrano montagne d'acqua alte oltre 15 metri, che non ci permettono né di camminare né di stare sdraiati. Ad ogni modo io, capitano coraggioso, non mi perdo d'animo e affronto il passaggio del Drake dove si incontrano le acque impetuose del Pacifico e dell'Atlantico. Abbiamo percorso 1000 km, chilometraggio che ricorda la distanza dei 4 deserti. All'avvistamento del polo sud io, moderno Amundsen in scarpe da runner, entro in punta di piedi nel deserto bianco situato alla fine del mondo. Il 20/11 è la mattina della prima tappa, il cielo non promette nulla di buono: tempesta, vento e neve ghiacciata, quindi la tappa viene rimandata perché non si riesce a sbarcare con gli zodiac, il vento è troppo forte e il mare agitato. Alle 19.30, dopo il briefing di gara, finalmente sbarchiamo in stile marines, vestiti di tutto ciò che esiste di abbigliamento tecnologico e moderno: borsone waterproof e zaino di sopravvivenza. Salgo sul gommone che mi porta a terra e si parte. Alzo gli occhi per vedere quanto manca allo sbarco e mi sento fagocitato da quel panorama che dalla nave mi sembrava semplicemente “bello», ma che invece è un panorama “da brividi», e non solo per la temperatura. Un’enorme distesa bianca con monti che si buttano a picco nel mare, alternandosi nel creare coste frastagliate, i cui colori variano dal turchese al blu intenso. Io mi sento piccolo e insignificante al cospetto di tanta maestosità. I pensieri, il paesaggio e le sensazioni mi aiutano a soffrire meno la fatica e il freddo. Siamo sulla King George Island, il percorso si alterna sulla costa, tra fango, acqua,neve e ghiaccio. In lontananza vedo una colonia di pinguini ordinata in fila indiana sulla cresta di una collina che dopo qualche chilometro ci troviamo noi podisti a salire, anche noi in fila indiana, a strapiombo sul mare. Chissà se qualche pinguino ora sta raccontando di aver visto una colonia di umani! Ad ogni incontro, qualche pinguino solitario mi guarda con espressione perplessa come a dire: «io qui ci sono nato, ma tu cosa ci sei venuto a fare, non potevi startene a casa sdraiato sul divano?». Lo guardo, sorrido e proseguo pensando a tutto tranne che a correre: le gambe vanno da sole e vanno talmente bene che non mi accorgo che sotto alla neve c'è una sottile lastra di ghiaccio che, come nei film catastrofici, si rompe d'improvviso facendomi ritrovare immerso nell'acqua gelida. Per fortuna dietro di me sopraggiunge un altro atleta che prontamente mi aiuta ad uscire dall'acqua e a cambiarmi velocemente: le gambe sono viola e le mani non le sento più, fortunatamente non c'è vento altrimenti a -30° chissà... Nel nostro zaino abbiamo viveri e il doppio ricambio che fortunatamente sono obbligatori, quindi metto delle bustine per la termoterapia nei guanti per ridare calore alle meni e riprendo la gara. Le tappe proseguono sull'isola vulcanica di Deception, dove in alcune zone si vedono lingue di terra nera fumante. Le tappe sono organizzate a circuito da 5 a 15 km, il WWF per non disturbare gli animali antartici ha assegnato all'organizzazione delle aree dove poter accedere. Il 23/11 è il giorno dell'ultima tappa, arriviamo sul pack di Port Lockroy. Anche in questa occasione, verso il tardo pomeriggio si alza il vento con una violenza tale che porta subito la temperatura ad oltre -50°, cosa che comporta la sospensione della gara come nelle precedenti tappe. Finalmente è finita, vedo il traguardo, lo raggiungo in un volo. In questo momento alzo le braccia e mi sembra di toccare il cielo con un dito. Ho conquistato l'Antartica arrivando 12° su 56 concorrenti di tutto il mondo, niente male per un atleta di 55 anni. La conquista dell'Antartica mi porta a terminare il grande slam dei “4 deserts»: il Gobi in Cina, l'Atacama in Cile, Sahara in Egitto e l'Antartica. La consegna delle medaglie, una per l'Antartica talmente bella da far venire i brividi e l'altra per la conquista dei 4 deserti, mi ha scaldato l'animo e riempito di gioia infinita fino a farmi sentire il vero vincitore. Voltaire diceva: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi del cuore»